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Morte non accidentale n. 1

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Si terrà il prossimo 30 novembre, presso il Tribunale di Vallo della Lucania,  la seconda udienza del processo per la morte di Francesco Mastrogiovanni. Ad essere rinviati a giudizio, con l’accusa di omicidio preterintenzionale, sequestro di persona e falso, diciotto tra medici e infermieri del reparto di psichiatria dell’ospedale di San Luca di Vallo della Lucania. La storia di Mastrogiovanni, cinquantotto anni, maestro elementare e anarchico, avrebbe probabilmente avuto sorte diversa se una telecamera a circuito chiuso non avessero ripreso le immagini video della sua agonia nel letto di contenzione. Immagini divenute un punto fondamentale per fare luce sulla vicenda e trasmesse nel programma  televisivo Mi manda Rai 3. La vicenda inizia il 31 luglio 2009, quando per Francesco Mastrogiovanni viene disposto un trattamento sanitario obbligatorio (TSO), da parte del sindaco del comune di Pollica. Le motivazioni di questa scelta appaiono ancora oggi sproporzionate e incomprensibili ai familiari e agli amici di Mastrogiovanni (che hanno fondato il Comitato verità e giustizia per Franco), da tutti descritto come una persona pacifica che aveva, per vicende molto particolari, una fobia per le divise, ma che non aveva mai avuto comportamenti violenti. Fatto sta che il 31 luglio viene condotto  nel reparto di psichiatria di Vallo. Qui viene sedato e poi legato, per quattro giorni, al letto di contenzione. Muore il 4 agosto dopo una lenta e solitaria agonia. L’attuale direttore del dipartimento di salute mentale dell’ASL di Salerno, Luigi Pizza, nominato successivamente alla vicenda, ha ammesso, durante l’audizione parlamentare di fronte alla Commissione di inchiesta sul sistema sanitario, l’assenza di procedure scritte per la contenzione, ma allo stesso tempo ha difeso il reparto (“non è un lager è semplicemente obsoleto”), ritenuto fondate le motivazioni del TSO  e ha  detto che “il paziente è stato pulito e confortato nel corso di quelle drammatiche giornate e ha subito le terapie dovute”. Un punto di vista non condiviso dai consulenti di parte (“le flebo di acqua e zucchero non possono essere considerate cibo”) né tanto meno dal Giudice per le indagini preliminari, Nicola  Marrone, che nell’ordinanza scrive «fino alle 12.41 è cosciente, non appare aggressivo e alle 12.45 si sottopone a trattamento dei sanitari facendosi iniettare una siringa intramuscolo. Alle 12.55 è così tranquillo che si prepara da solo il letto e mangia il cibo fornito dall’ospedale. È l’ultima volta che gli sarà consentito di alimentarsi, poiché alle 13.08 si adagia sul letto e rimane tranquillo fino al momento in cui gli saranno applicate le fasce di contenzione. Da quel momento non sarà più slegato, né gli saranno forniti acqua e cibo, e ciò fino al momento della sua morte».

 

Scritto da Redazione

30 agosto 2010 a 19:54

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