le parole e le cose

La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi. (Franco Fortini, 1963)

La democrazia vista dal manicomio

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Tutte queste vite destinate a passare al di sotto di qualunque discorso e a sparire senza essere mai state dette, non hanno potuto lasciare tracce – brevi, incisive, spesso enigmatiche, se non nel punto del loro istantaneo contatto con il potere (Michel Foucault)


Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito (la Repubblica Napoli 19 aprile 2016)

«Così ora non c’è per noi che solitudine e vuoto. Non possiamo muoverci perché siamo legati. Nessuno di voi può sapere che cosa significa essere legati per giorni, per mesi, per anni, per sempre. Senza poter chiedere a nessuno di sciogliere un legaccio o solo di allentarlo per un momento. Siamo tutti insieme e non siamo niente. Siamo un gruppo di oggetti buttati gli uni sugli altri». E’ uno dei passaggi del testo scritto da Sergio Piro per lo straordinario documentario “Gli Esclusi” che Michele Gandin, nel 1969, realizzò a partire dalle foto scattate da Luciano D’Alessandro nel manicomio di Nocera Inferiore, di cui Repubblica, sul proprio sito, ha proposto in esclusiva un estratto.

La proiezione del documentario e la testimonianza del maestro D’Alessandro sono stati alcuni dei momenti più intensi all’interno della manifestazione “La città degli specchi. Memorie dal manicomio”, che URIT, l’Unità di Ricerca sulle Topografie Sociali del Suor Orsola Benincasa, ha organizzato, da giovedì a sabato, in collaborazione con la “Fondazione Basaglia” e l’associazione “Le parole e le cose”. La tre giorni, cui hanno preso parte alcuni tra i più importanti esperti nazionali della materia, è l’inizio di un più ambizioso progetto, che vedrà impegnati, nei prossimi anni, docenti e ricercatori del Suor Orsola, ricercatori indipendenti, i poli archivistici e i centri studi manicomiali: attraverso il recupero, lo studio, la divulgazione didattica e scientifica di uno straordinario patrimonio di cartelle e documenti – fino ad oggi spesso trascurato e dimenticato, se non messo in pericolo dall’incuria istituzionale – costruire un’archeologia dei saperi volta a decifrare le logiche e le pratiche che, ancora oggi, ripropongono, metamorfizzati, i dispositivi di internamento della sofferenza psichica.

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Un progetto politico, che non vuole isolare le vite rinchiuse nei manicomi come figlie di una presunta eccezionalità ma rintracciarne i legami con il la razionale quotidianità delle politiche di esclusione. Un fare memoria che rompe lo specialismo proprio della psichiatria, per ritrovare, a partire dalle sue sofferenze e mortificazioni, un’umanità lacerata ma capace di resistere alle nosografie dell’anormalità. Uno sguardo responsabile, che, non perdendo lo scandalo di queste vite recluse, sia capace anche di definire e realizzare percorsi di recupero e valorizzazione degli stessi complessi ex manicomiali, tra Napoli, Aversa e Nocera – 430 mila metri quadri di parchi ed edifici oggi, per lo più, inaccessibili – evitando, al contempo, operazioni di museificazione dell’orrore e svendita del patrimonio.

Recuperare un racconto di queste “vite di scarto”, restituire voce alla denuncia muta di queste esistenze, serve per indagare la nostra stessa società, perché il manicomio, ancora oggi, resta un fondamentale sguardo sulla democrazia. Le nuove forme di manicomializzazione (Rems, rsa, case di cura per anziani), la contenzione fisica e farmacologica di cui si abusa nei reparti psichiatrici, la psichiatrizzazione dei comportamenti considerati anomali, diventano intellegibili proprio a partire da queste “carte” da liberare. Sergio Piro, ancora commentando “Gli esclusi”, scriveva: «Nei reparti nuovi e più eleganti, la legatura farmacologica non è meno violenta né meno alienante del corsetto di sicurezza; l’ergoterapia meccanicamente applicata non riempie il vuoto (“un vuoto totale” dice un ricoverato) di giorni su giorni passivamente trascinati […] Dovunque le cose stiano così, la violenza rimane e le immagini sono sostanzialmente attuali. Il vuoto è stato pienamente colto nelle immagini di Luciano D’Alessandro: ma questo non è il vuoto della “malattia” come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l’apatia, l’inerzia e l’abbandono hanno creato in coloro che sono esclusi da qualunque movimento e da qualunque dinamica. Se già lo spazio dell’uomo era ristretto dalla sua alienità, esso viene ulteriormente ristretto dalla violenza e dall’abbandono». Recuperare questo vuoto di vite e di memoria è oggi una necessità viva ed attuale.

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

20 aprile 2016 at 19:24

La Pratica Anti-istituzionale (Franco Basaglia)

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“Ma è da questa contraddizione costante, da questo confronto costante del mondo del lavoro e della poesia, che noi possiamo trovare la forza di affrontare la problematica della nostra vita.” (Franco Basaglia)


La Pratica Anti-istituzionale*

Franco Basaglia

basagliaMi pare fuori discussione l’importanza e il significato della scelta fatta dagli obiettori che hanno organizzato il convegno di Verona e hanno scelto per le relazioni introduttive due voci che rappresentano non se stesse ma dei gruppi che lottano nel campo della trasformazione del mondo dell’assistenza e nel mondo del lavoro. Infatti io sono qui come rappresentante di psichiatria democratica, che è un movimento che lotta da anni nel campo dell’assistenza e della sanità per trasformare le istituzioni pubbliche in luoghi di cura e non di custodia e segregazione.

Gli obiettori di coscienza hanno dichiarato di aver trovato in questo primo anno di attività di servizio civile delle difficoltà previste e altre che pongono una problematica estremamente angosciante per quello che riguarda la continuazione del loro lavoro. Emerge il problema molto importante della presenza degli obiettori negli istituti dove prestano servizio civile che si aggiunge a quello costituzionalmente più difficile dell’emarginazione, dello sfruttamento della persona emarginata, lasciata fuori dal gioco del mondo del lavoro. L’attività e la presenza degli obiettori rischiano di porsi in contraddizione con la problematica delle lotte nel mondo del lavoro. Da circa un anno un gruppo di obiettori lavora permanentemente nel settore che io dirigo; ciò ha provocato dei contrasti con i sindacati per il lavoro svolto dagli obiettori. Tali contrasti, piuttosto vivaci sono dovuti al fatto che i sindacalisti giudicano la presenza degli obiettori talora negativamente, li accusano di crumiraggio, di servire cioè il padrone risolvendo le contraddizioni che sono al centro delle lotte che si svolgono per la rivalutazione del mondo del lavoro degli infermieri degli ospedali psichiatrici.

Penso che l’obiettore ha aperto una contraddizione che non è tanto riferita al problema dell’esercito che potremo discutere a parte, ma a un altro problema estremamente difficile dal punto di vista concettuale e dal punto di vista politico, che è quello dell’emarginato, della persona che non appartiene neanche al mondo del lavoro, della persona che è espulsa, che non è considerata, che ha mai avuto la possibilità di accedere al mondo del lavoro.

Gli istituti per handicappati contengono delle persone che hanno una problematica che, almeno dal punto di vista formale, non è presa in considerazione dal mondo del lavoro, delle rivendicazioni sindacali, ecc. Quindi tutto il discorso dell’emarginazione sociale, che non è stato preso abbastanza in considerazione dal pensiero marxiano e dalle scienze politiche, evidenzia la contraddizione dell’assistenza: l’istituto contiene un gruppo di persone (lo spastico, il cieco, il sordo, il frenastenico, ecc.), un mondo cioè che non trova posto in questa società, persone che oscillano nell’organizzazione sociale tra le istituzioni che sono riassunte nell’ideologia della punizione e nell’ideologia della carità. Per concretizzare il discorso possiamo fare l’esempio della famosa suora, la Pagliuca, che aveva risolto il problema dell’emarginazione attraverso l’ideologia della punizione, della segregazione, della morte di questi infelici a lei affidati; dall’altra parte il mondo delle persone che ricevono la carità da buone persone che si dedicano loro per risolvere questa problematica di emarginazione.

Ebbene nel momento in cui delle persone con una coscienza di lotta, come sono gli obiettori, che vengono da una lotta antimilitarista e che stanno acquistando a mano a mano una loro coscienza politica, si trovano di fronte a questa situazione di emarginazione che non è presa in considerazione da alcuno (neppure dalle forze politiche e sindacali) sorgono dei problemi che l’obiettore di coscienza come nuova figura di agente di trasformazione deve affrontare.

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L’obiettore si trova in una situazione di volontariato estremamente contraddittoria, al di fuori di quello che può essere il lavoro reale, il mondo della produzione e si trova a dover rispondere praticamente togliendo lavoro a chi lo ha. Il rischio che l’obiettore diventi “un tura buchi” di organizzazione pubblica o privata è estremamente presente e pericoloso. Lascio al sindacalista affrontare questo grosso problema e queste contraddizioni che nascono dalla problematica del mondo del lavoro. Io vorrei fare alcune considerazioni e puntualizzazioni che possono chiarire perchè dalla contestazione dell’esercito l’obiettore sia arrivato alla contestazione dell’organizzazione sociale nella quale viviamo. L’esercito, e questo non lo dico solo io, è l’istituzione base sulla quale si identificano tutte le istituzioni totali della nostra società.

Notiamo, per esempio, che nei paesi in cui la violenza istituzionale è più dura, la trama dell’organizzazione sociale è controllata e gestita dall’esercito, come nei paesi sud americani, dove l’esercito non ha bisogno di avere istituzioni di copertura perchè è esso stesso che esercita direttamente la violenza, reprime e controlla; nei paesi, invece, in cui c’è stata un’evoluzione del capitalismo, è stato necessario creare altre istituzioni che potessero così gestire una società in movimento, tutte comunque a modello di quella che è la struttura dell’esercito.

L’esercito controlla il cittadino con il preteso della difesa della patria, oggi l’esercito difende il sistema sociale e tutte le istituzioni, che sono fatte secondo la logica dell’esercito e hanno le stesse finalità. Analizzando qualunque istituzione assistenziale vediamo che ha la stessa struttura dell’esercito: la struttura del manicomio per esempio è totalmente identica a quella dell’esercito. Quando l’obiettore entra nel manicomio si trova in una situazione totalmente identica a quella della caserma, perché la logica è la stessa. L’obiettore di fatto è nella scala gerarchica al penultimo posto, quello prima dei malati e avrebbe il compito di controllare e violentare, delegato a ciò dagli infermieri,il malato che è a lui sottoposto.

E qui si verifica una situazione interessante, come è successo nel nostro istituto, dove i 6 obiettori lavorano in uno dei reparti più regrediti con persone frenasteniche, deficienti in altre parole, che non sanno badare a se stesse, il cui rapporto con il personale assistenziale è un rapporto unicamente di violenza e l’obiettore funge da cuscinetto tra l’infermiere il malato. Penso, per esempio, che dalla lotta che è evidenziata in quest’anno di lavoro fatto dagli obiettori, sia nata una nuova coscienza a livello di tutti e tre i componenti di questa stratificazione. Abbiamo verificato che il rapporto degli obiettori con gli infermieri, che sono alienati dal lavoro manicomiale è di continuo stimolo per questi ultimi.

Franco Basaglia e parte del suo gruppo di lavoroE’ opportuno a questo punto aprire una parentesi per spiegare il significato di quest’ultima frase. Gli infermieri rappresentano nel mondo sindacale il gradino più basso di coscienza politica, rispetto agli altri lavoratori. Infatti le rivendicazioni sindacale di questa categoria sono sempre a livello salariale. Ma per questo non si può dire che si tratta di una corporazione piccolo borghese o altro, dobbiamo trovare le ragioni per cui questo succede. La situazione tra l’infermiere e l’operaio della fabbrica è estremamente più positiva per il secondo perché questi comprende molto facilmente cos’è il mondo della alienazione nel quale vive, capisce che il lavoro non è suo e che è alienato e quindi si forma una coscienza politica molto più velocemente di qualsiasi altro lavoratore perchè l’oggetto del suo lavoro è una macchina, è una cosa, e quindi capisce molto più velocemente la mercificazione di cui è oggetto, che non l’infermiere che trova come oggetto del suo lavoro un altro uomo, cioè il problema di ridurre a soggetto l’oggetto che ha di fronte è una cosa estremamente difficile perché impegna una persona e quindi l’infermiere facilmente si adagia nella delega di custode del malato che appunto perché ritenuto pericoloso si deve custodire e diventa così carceriere del malato, vittima-carnefice contemporaneamente della sua situazione.

Nel momento in cui ha di fronte una persona handicappata anziché vivere la situazione con l’handicappato e cioè prendere coscienza di questa determinata situazione, si adagia in una situazione nella quale il malato diventa una merce, una cosa e si aliena. La sua lotta sindacale diventa quindi corporativa, perché la fa per sfuggire all’alienazione, con rivendicazioni solo salariali.

Facendo una scala degli infermieri si nota che quelli che lavorano in una situazione con malati molto regrediti sono i più reazionari, perché l’oggetto di trasformazione, di soggettivazione è molto più complicato che non per l’infermiere che lavora con il malato acuto, per esempio, dove il mondo della riabilitazione può essere molto più veloce. Ebbene, gli obiettori, si trovano di fronte a dei malati molto regrediti, il cui livello di comprensione della realtà e di rapporto con la stessa, è molto più difficile. Pur tuttavia questo gruppo di obiettori ha svolto in questo anno un tipo di lavoro estremamente valido perché ha messo in discussione sia la riabilitazione in se, sia come viene fatta a livello di questi malati, di queste persone regredite, sia perché hanno dato agli infermieri lo stimolo continuo di prendere coscienza di quello che è realmente il loro lavoro.

In questo senso io credo veramente che l’obiettore viene ad essere, come il volontario d’altra parte, un elemento catalizzatore, che al di là del problema di sottrazione di posti di lavoro, si trova ad essere l’elemento che pone in evidenza delle problematiche o delle contraddizioni perché è l’obiettore una contraddizione esso stesso: perché nel momento in cui rifiuta di fare il servizio militare, esprime una contraddizione, e nel momento in cui viene accettata la sua obiezione dallo Stato e che si pone in una situazione pratica non può continuare a fare la lotta antimilitarista, nella nuova realtà in cui si trova a operare creerà delle nuove contraddizioni che a loro volta ne creeranno altre. In Cina non ci sono obiettori perché non c’è n’è bisogno, infatti l’esercito è al servizio del popolo, mentre qui da noi, l’esercito, come la polizia, servono a controllare il popolo.

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Al di là della pretesa del ministero della difesa che vuole obiettori testimoni di Geova o comunque con motivazioni morali o filosofiche, l’essenza dell’obiettore politico è ben più pregnante e pericolosa perché fa esplodere delle contraddizioni anche all’interno degli istituti dove va a fare il servizio civile. Noi a Trieste cerchiamo di vedere l’obiettore come una persona che catalizza, che esprime delle contraddizioni all’interno dell’istituzione.

L’obiettore non è un tecnico, non è nulla, è una persona che viene ingaggiata dalle istituzioni e la cui presenza crea costantemente contraddizioni e complica la vita dell’organizzazione. I volontari e gli obiettori per noi complicano costantemente il mondo della nostra organizzazione perché lo mettono costantemente in discussione. Nel momento in cui io per esempio, come direttore di ospedale riesco a creare una situazione di omogeneizzazione e, subito dopo, viene il medico a dire che gli obiettori hanno creato una nuova situazione di conflittualità, io mi ritrovo nella condizione di ricominciare tutto da capo, cercando di mediare contrasti tra i singoli e gli obiettori.

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Franco Basaglia

E’ mia impressione non c’è ancora da parte dei dipendenti del nostro ospedale, anche rappresentanti sindacali, la consapevolezza di questo problema ma una lenta presa di coscienza che questa contraddizione esiste.

L’obiettore di coscienza che non sa niente di psichiatria o di altre specialità nelle quali lavora avrà l’opportunità di assumere delle acquisizioni specifiche. Molti degli obiettori finito il loro servizio potranno scegliere di rimanere a lavorare nell’assistenza, in ogni caso diventeranno dei cittadini il cui servizio civile è stato estremamente importante per capire i meccanismi di repressione presenti nella società. E forti di questa esperienza io penso che porteranno avanti la loro esperienza e le acquisizioni fatte nella situazione istituzionale della loro vita.

Vorrei terminare con una frase che ci ha detto un malato schizofrenico e che è la summa di quello che ho tentato di dire in riferimento al problema che stiamo trattando: «Quando entro in osteria – diceva questo malato – e parlo di poesia e della vita, dicono che sono matto, se parlo di lavoro e di denaro dicono che sono un uomo». Questa affermazione che sembra così paradossale e così diversa da quello che ho detto, penso che sia estremamente importante, e che verifichi proprio i due aspetti contraddittori della vita nella quale siamo. Da una parte l’uomo che si libera attraverso la vita con gli altri e dall’altra l’uomo che è costretto dal denaro e dal lavoro a essere quello che non vuole.

Ma è da questa contraddizione costante, da questo confronto costante del mondo del lavoro e della poesia, che noi possiamo trovare la forza di affrontare la problematica della nostra vita.

*Intervento pronunciato al convegno del 24-25 maggio 1975, tenutosi a Verona, promosso dalla Lega Obiettori di Coscienza (LOC). Pubblicato nel volume curato dalla LOC, Il servizio civile in Italia, Savelli, Roma, 1976.

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

11 maggio 2017 at 13:00

Il manicomio chiude ma non muore: la chiusura dell’OPG di Napoli

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di Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito (da la Repubblica – Napoli, 16 gennaio 2016)

Il 21 dicembre ha chiuso l’OPG di Napoli Secondigliano, primo di sei a chiudere in tutta Italia per effetto della legge che ha decretato il superamento di quelli che erano i vecchi manicomi giudiziari. Questa è senz’altro una buona notizia, basti pensare che l’unica chiusura di un manicomio criminale risale al 1975, quando, dopo il sacrificio di Antonia Bernardini, morta per ustioni riportate mentre era legata nel letto di contenzione, fu chiuso quello femminile di Pozzuoli.

E’ forse però eccesso di trionfalismo, definirlo un evento storico, seppure segna il superamento di un’istituzione legata alla visione lombrosiana di istituti speciali per i folli autori di reato, il cui orrore, negli ultimi anni, è stato più volte denunciato. A noi appare, certo, un evento importante, meritato frutto di lunghe lotte e mobilitazioni, che va colto con soddisfazione, e, tuttavia, anche con prudenza e senso critico, in una visione complessiva delle politiche della salute mentale.

La chiusura di luoghi incapaci di cura, cronicari della sofferenza destinati alla difesa della società, all’interno dei quali alla pena si aggiunge il supplizio, rappresenta un passaggio importante di quel processo di superamento dell’istituzionalizzazione della sofferenza psichica che ha conosciuto il suo culmine nella legge 180 e nel superamento dei manicomi civili in Italia. Purtroppo, la legge 81/2014, che, dopo tre proroghe, aveva imposto la chiusura degli Opg al 31 marzo scorso non sembra avere il portato rivoluzionario della riforma basagliana.

Se la legge 180 ha smantellato il vecchio impianto della legge psichiatrica del 1904, spezzando il connubio tra pericolosità e follia, la legge 81/2014 lascia sostanzialmente invariato il meccanismo di internamento psichiatrico delle misure di sicurezza, nato durante il fascismo. Il primo risultato, già constatato in questi mesi, è che le strutture destinate a sostituire gli Opg, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), in teoria l’estrema ratio a cui ricorrere, diventino centrali e si riempiano di nuove persone provenienti dalla libertà, internate con misure di sicurezza provvisorie.

Diminuiscono così i posti disponibili, si ritarda la chiusura definitiva di tutti gli Opg (anche quello di Aversa resta ancora aperto), le strutture nate come provvisorie, con tutti i loro limiti, diventano man mano definitive, comprese quelle campane di Mondragone e Rocca Romana, quest’ultima lontana dai centri abitati e dal circuito dei trasporti pubblici. in attesa della Rems di Calvi Risorta, è stata inaugurata, a inizio dicembre, quella di San Nicola Baronia. Mentre le autorità in parata ne celebravano il taglio del nastro, la comunità locale e gli organi di stampa, dopo settimane di polemiche, festeggiavano il mancato arrivo nella struttura del “cannibale di Torrione”. Il racconto pubblico di un “pericolo sventato”, dice quanto, in realtà, questi luoghi e le persone che sono costrette ad abitarli, siano definiti da discorsi che conservano e perpetuano stigmatizzazioni e marchi di rifiuto e paura.

Le strutture sostitutive degli Opg, (Rems e i reparti penitenziari di osservazione psichiatrica), sembrano riproporre, pure su scala ridotta, logiche e prassi manicomiali. Il recente viaggio del Comitato “Stop Opg” in 4 Rems restituisce un quadro a tinte fosche, con notevoli differenze tra le diverse realtà. Gli stessi operatori hanno denunciato il rischio di riprodurre “luoghi di scarico” nei quali il mandato custodiale inficia il rapporto terapeutico. Il punto nodale della legge 81/2014, i progetti terapeutici individualizzati, stenta a diventare fulcro di un nuovo sistema di presa in carico, senza un vero modello di riferimento, e con differenze applicative che lasciano spazio, anche qui, a nuove forme di istituzionalizzazione del privato sociale.

Ciò che realmente manca a questa riforma, è un intervento complessivo sul sistema di assistenza psichiatrica che dia centralità alla cura della sofferenza mentale, puntando su centri territoriali, interventi integrati, restituzione dei pazienti alla piena cittadinanza. Si innesta piuttosto in un sistema di progressivo smantellamento dei servizi e ripiegamento specialistico della psichiatria, incapace di confrontarsi con altri saperi, con diverse componenti sociali e culturali per costruire orizzonti di libertà da realizzare quale prima possibilità terapeutica.

A Napoli chiude il primo Opg ed è una buona notizia, non si chieda però di celebrarla.

Piuttosto, speriamo, possa diventare l’occasione per tornare a riflettere e operare in direzione dello smantellamento di logiche e prassi manicomiali oggi metamorfizzate e diluite, ma sempre più pervasive e predominanti. Anche per questo, chi è impegnato per la definitiva chiusura degli opg chiede oggi anche di sostenere e rafforzare la campagna “E tu slegalo subito”, contro la contenzione meccanica e farmacologica utilizzata in cliniche e raparti ospedalieri. Perché la salute, e ancor prima la salute mentale, si tutela e promuove solo a partire dalle garanzie dei diritti e della dignità delle persone.

 

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

17 gennaio 2016 at 12:01

87 ore |Gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni

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di Antonio Esposito e Dario Stefano Dell’Aquila (da la Repubblica Napoli del 13 dicembre 2015)

Una stanzetta d’ospedale, un corpo legato a un letto, cinghie ai polsi e alle caviglie, mortificato, nullificato. Medici e infermieri che entrano da una porta con oblò sempre chiusa, indifferenti, come non ci fosse un uomo, solo un oggetto, un pezzo di carne, e nessuno sguardo di cura, solo una prassi di contenzione che lo lascia ininterrottamente immobilizzato, limitandosi a cambiare le flebo per la sedazione. Le immagini, quelle delle 9 telecamere di sorveglianza, restituiscono un orrore della realtà che si è consumato tra il 31 luglio e il 4 agosto del 2009, lungo 87 ore, le ultime mentre quell’uomo, per un arresto cardiocircolatorio, giace esanime ancora legato, e nessuno nemmeno si accorge che è morto. Sono le stesse immagini, tremende e scioccanti, che la regista Costanza Quatriglio ha utilizzato per il documentario “87 ore”, il film sugli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni, morto nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca, di Vallo della Lucania. Lunedì 14 dicembre sarà proiettato per la prima volta a Napoli, dalle 20,30 al cinema Modernissimo, nel corso di una serata che si concluderà con un dibattito cui parteciperanno, con la regista, la nipote di Mastrogiovanni, Grazia Serra, i 99 posse che hanno realizzato le musiche e Riccardo Nuory di Amnesty International Italia che ha patrocinato il film.

In parte conosciamo già queste immagini che, per volontà dei familiari e del comitato “Verità e giustizia per Mastrogiovanni”, erano state parzialmente trasmesse in tv e poi sul sito de “L’Espresso”. Il film della Quatriglio, che si iscrive nella importante tradizione dei grandi lavori del cinema civile italiano, restituisce la vicenda nella sua complessità, dal momento in cui Mastrogiovanni viene prelevato su una spiaggia di un campeggio cilentano attraverso un enorme dispiegamento di forze dell’ordine che coinvolge carabinieri, polizia municipale e guardia costiera. Come se quel maestro elementare fosse un pericoloso latitante, eppure non aveva commesso alcun crimine. Piuttosto, si era costruito su di lui un discorso che, a partire dalla sua adesione giovanile alle idee anarchiche, lo identificava come soggetto pericoloso a sé e agli altri. E, come troppo spesso ancora accade, quello che dovrebbe essere uno strumento eccezionale, con esclusiva valenza sanitaria, di tutela delle persone con sofferenza psichica, il trattamento sanitario obbligatorio, si trasforma in un mandato di cattura, uno strumento che nulla ha a che fare con la cura e risponde invece al mandato securitario di una società fondata sulla paura e il rifiuto della diversità.

Chi fosse Francesco Mastrogiovanni lo dicono queste parole di una lettera di un suo ex studente ricevuta e resa pubblica dalla nipote, Grazia Serra, sulla pagina facebook “Giustizia per Francesco Mastrogiovanni”: «Ho avuto la fortuna di avere tuo zio come insegnante alle elementari. Lo chiamavamo tutti il gigante buono. Alunni, genitori e insegnanti. Ancora rido se penso che il prof doveva piegarsi per entrare in aula e infatti ho l’immagine impressa di noi che lo aspettavamo per assistere alla scena. Per accettare quell’incarico doveva essere una persona volenterosa…siamo stati per anni una classe che non trovava un maestro perché all’interno c’erano mille problematiche. Soltanto lui e il successivo ci hanno saputo prendere». Leggi il seguito di questo post »

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

13 dicembre 2015 at 11:43

Per non dimenticare Fabrizia Ramondino |Napoli-Trieste (Andata e Ritorno)

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«Continuare a lottare, perché non sia così, perché ogni iniziativa contro questa direzione più che somigliare a una goccia nel mare, somigli a un’onda, preceduta da altre e da altre seguita, che aiutino l’uomo ad approdare». Fabrizia Ramondino


Dario Stefano Dell’Aquila – Antonio Esposito (da la Repubblica Napoli del 8 novembre 2015)

1958-4 Praticare la differenza_S_cop_14-21Lunedì 9 novembre, all’ex OPG di Sant’Eframo “Je so pazzo”, (alle 17.30) per l’VIII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani, nell’ambito della discussione su “le donne nei meccanismi istituzionali della salute mentale” con Assunta Signorelli, allieva e collaboratrice di Franco Basaglia, ci sarà un momento di ricordo dedicato a Fabrizia Ramondino. Perché, nell’ambito di una discussione sulla salute mentale, una finestra dedicata alla scrittrice scomparsa nel 2008? Perché, ancora, a ricordare è invitata una protagonista della chiusura del manicomio di Trieste?

Fabrizia Ramondino è stata una scrittrice tra le più importanti del secondo Novecento, ed anche protagonista del dibattito politico, culturale e sociale della nostra città. Eppure, a distanza di pochi anni dalla sua scomparsa, il ricordo della Ramondino è già offuscato, come un ospite indesiderato e messo in disparte, non solo in Italia quanto soprattutto, paradossalmente, a Napoli.

Negli anni non sono mancati lavori e iniziative a lei dedicati, oggi sempre meno a dire il vero, ma è un ricordo che rischia di appannarsi sempre più, osteggiato anche dal mancato riconoscimento di parte della critica dell’importanza del suo lavoro, tanto che è ormai difficile finanche trovare in libreria i suoi scritti. Un oblio di genere che hanno subito e ancora colpisce grandi autrici di letteratura. Ma causato pure dalla difficoltà di etichettare la sua scrittura, volta sempre a intrecciare il letterario e il sociale, protesa, come la sua vita, all’internazionalismo, vera anomalia nel panorama spesso provinciale del nostro paese.

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La Ramondino, autrice di narrativa, sceneggiatrice (firmò, tra l’altro, “Morte di un matematico napoletano” con Mario Martone), poetessa (vincitrice, nel 2004, della prima edizione del Premio Internazionale Pier Paolo Pasolini), ha sempre rifiutato la definizione di scrittrice napoletana perché «l’impegno di uno scrittore si manifesta all’interno della sua scrittura, non nella sua identità anagrafica». E tuttavia, il respiro cosmopolita della sua scrittura, nasce anche da una narrazione autobiografica, sicché da questa città, Fabrizia Ramondino ha cominciato, scrivendo dei bambini dei vicoli di Napoli, degli analfabeti, del movimento dei disoccupati. Per arrivare, poi, a raccontare tanto dei Saharawi, il popolo in esilio nelle tendopoli del Sahara, quanto della cura della sofferenza psichica.

passaggioIn “Passaggio a Trieste”, ha raccontato l’esperienza del Centro Donna Salute Mentale fondato da Assunta Signorelli nella Asl giuliana. E’ la stessa Signorelli che racconta come nacque quel libro: «Fino al 1998, come operatrici del Centro, avevamo rifiutato di parlare delle donne come casi emblematici per riempire talk show. Chiedemmo aiuto a Fabrizia sapendo che di lei potevamo fidarci (…) la sua attenzione, discreta e partecipante ha permesso alle donne, tutte, utenti e operatrici, di farsi parte attiva nel processo di scrittura. Ciascuna ha letto e corretto il pezzo a lei dedicato, e Fabrizia, con meticolosità di tutto ha tenuto conto».

Per tutto l’arco della sua vita, la Ramondino ha sempre mantenuto attenzione per i temi della malattia mentale, dell’esperienza basagliana, della questione femminile legata alla sofferenza psichica, attenta critica del manicomio in ogni sua forma, recente o passata. Dando voce a chi «ha subito gli infortuni sul mestiere di vivere e sulla guerra per sopravvivere», senza espropriare le persone delle loro storie, senza mai ridurle ad oggetti sui quali costruire un successo personale. Come ha scritto Goffredo Fofi, la Ramondino ha avuto «una capacità straordinaria di mai arrendersi, di sempre ricominciare, e di essere estremamente attenta, pur nel suo disordine, ai grandi e ai piccoli mutamenti del mondo e delle persone, dalla parte degli oppressi».

Se ieri è stata la Ramondino a recarsi a Trieste, oggi è la Signorelli a ritornare a Napoli, per restituire l’altra parte di un racconto che è divenuto anche un legame indissolubile, oltre ogni tempo, tra le protagoniste di quella esperienza. Lo farà con Renate Siebert, Vera Maone, Eleonora Puntillo, altre compagne di questo viaggio “in direzione ostinata e contraria”.

In un’epoca in cui ogni tipo di discorso sembra riservato agli specialisti o ad egocentrici narcisi da salotto, in cui l’unica direzione possibile sembra quella verso la rassegnazione, scrittrici come Fabrizia Ramondino, pronte ad un argomentato e appassionato sapersi schierare, ci mancano, terribilmente. «Pure» come scriveva Fabrizia, per «continuare a lottare, perché non sia così, perché ogni iniziativa contro questa direzione più che somigliare a una goccia nel mare, somigli a un’onda, preceduta da altre e da altre seguita, che aiutino l’uomo ad approdare».

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

8 novembre 2015 at 19:40

Legare o curare? La salute mentale alla prova dei fatti

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Manicomio di Trieste

Manicomio di Trieste

Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo “vincere‟, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo “convincere‟. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione da cui sarà più difficile tornare indietro” (Franco Basaglia)


di Dario Stefano Dell’Aquila – Antonio Esposito

(da la Repubblica Napoli del 22 ottobre 2015)

«Non possiamo ignorare che all’interno della salute mentale è stata eliminata la vigilanza armata a tutela degli operatori». Il comunicato dei sindacati di categoria a fronte di un’aggressione subita da un medico accoltellato da un ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio (TSO) nel reparto di diagnosi e cura del Maresca a Torre del Greco, ripropone un tema che, durante il corso dell’estate, è tornato di drammatica attualità in Campania e in Italia: il paradigma della pericolosità sociale del sofferente psichico, del “folle”, soprattutto nel corso dei trattamenti d’urgenza.

Il tema torna periodicamente all’attenzione, come testimonia la denuncia di Francesco Blasi proprio dalle pagine de la Repubblica, sul caso del paziente ammanettato durante un TSO, prassi, da quanto ci risulta, nulla affatto inusuale. Un problema, è il caso di dire, che ha rilievo e dimensioni nazionali.

Da giugno ad agosto, in circostanze da chiarire, sono decedute, durante un TSO, 3 persone. L’8 giugno, nell’ospedale di Sant’Arsenio in Cilento, dove era ricoverato dal 27 maggio, muore Massimiliano Malzone, 39 anni, dopo che ai familiari è vietato di incontrarlo. Il 30 luglio, nel padovano, Mauro Guerra, 33 anni, viene ucciso da un carabiniere durante un inseguimento conclusosi, secondo le ricostruzioni ufficiali, con una colluttazione, per il rifiuto a salire su un’ambulanza senza che, però, ci fosse alcun TSO autorizzato. Il 5 agosto, a Torino, muore, a 45 anni, Andrea Soldi. Secondo alcuni testimoni, gli agenti di polizia municipale intervenuti eseguono, per immobilizzarlo, una operazione che in manicomio era detta “la cravatta”, stringendo il collo da dietro tra avambraccio e bicipite. Caricato sulla lettiga già cianotico in volto, Andrea è giunto morto al pronto soccorso.

Anche a fronte del clamore di questi episodi, diversi comandi di polizia municipale, tra cui quello di Napoli, hanno iniziato corsi di aggiornamento per “formare” gli agenti al corretto intervento nei casi di ricoveri di urgenza. Si prevede, tra l’altro, l’utilizzo di scudi respingenti (il comando di Napoli ne ha acquistati due) realizzati dalla società Defence system, per “evitare eventuali danni agli operatori e contenere l’azione aggressiva di soggetti pericolosi”. Nel frattempo, in Emilia Romagna, viene messa a punto la cosiddetta “manovra ferrarese”, un protocollo per bloccare “pazienti in stato di agitazione”, così descritto: «bisogna essere almeno in tre: due bloccano il paziente per le braccia, il terzo operatore afferra le caviglie del paziente che viene atterrato a pancia in giù per essere ammanettato». Una deputata del PD propone che diventi un modello nazionale.

Oltre la specificità delle vicende, emerge l’identificazione del TSO con una sorta di mandato di cattura, cui segue, come terapia, “la contenzione”, l’essere legati per giorni ad un letto.

Per quanto controverso e frutto di compromesso in fase di promulgazione della legge 180, il trattamento sanitario obbligatorio nasce come principio di tutela dei sofferenti psichici e si prefigura giuridicamente come atto eccezionale di esclusiva valenza sanitaria. La burocratizzazione della pratica, i moduli di consenso firmati in bianco dai sindaci, il ricorso alle manette e alla contenzione, il tragico epilogo di tante storie, ci raccontano di abusi di potere e di un profondo tradimento del principio di cura e tutela della persona sofferente, con i diritti annullati da un postulato securitario volto a coprire le inefficienze del comparto di salute mentale e nato da un’associazione tra malattia mentale e pericolosità sociale propria della psichiatria pre-basagliana tornata oggi culturalmente e operativamente preminente.

Al di là degli interventi d’urgenza, anche la routinaria quotidianità di molti servizi, ospedalieri e dipartimentali, come quella di tante cliniche private, cronicari, ospizi, è fatta, oltre che di un costante abuso farmacologico, di manovre e letti di contenzione, fascette con cui legare braccia e gambe, addirittura guinzagli per le rare passeggiate. In questi giorni si sta celebrando il processo d’appello per la morte di Francesco Mastrogiovanni, avvenuta all’interno dell’Spdc dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo 83 ore di contenzione ininterrotta. La linea difensiva di uno dei sei medici condannati in primo grado è volta a giustificare la liceità della contenzione perché «era un rimedio necessario per tutelare l’integrità fisica dell’uomo». La nipote di Mastrogiovanni ha denunciato come stiano uccidendo lo zio una seconda volta.

Ad aprile scorso il Comitato Nazionale di Bioetica ha approvato all’unanimità un parere che indica la contenzione come un residuo manicomiale e il suo superamento come un tassello fondamentale nell’avanzamento di una cultura della cura. Se poco si può sperare da un parere di un organismo, il comitato di bioetica, ridotto più a un centro studi che ad un organo consultivo del governo, bisogna invece ricominciare una lotta, politica e soprattutto culturale, perché, in ogni sede, non ci si arrenda ad un paradigma che, equiparando ancora la sofferenza psichica alla pericolosità sociale, trasforma la presa in carico territoriale in internamento neomanicomiale e la cura in custodia.

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

23 ottobre 2015 at 13:31

Se 122 milioni di poveri vi sembrano pochi | Povertà ed esclusione sociale nell’Unione Europea

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Quando io do cibo ai poveri, mi chiamano santo. Quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, mi chiamano comunista. (Hélder Câmara)


Dario Stefano Dell’Aquila

Sono 122 milioni le persone a rischio povertà nell’Unione Europea. Un dato pari ad un quarto della popolazione residente nell’Unione. Il dato, riferito al 2014 è stato diffuso un’ora fa da Eurostat, in previsione della giornata internazionale contro la povertà, fissata per domani. Il dato è superiore a quello del 2008 (23,8%) ed è aumentato in modo significativo in tutti i paesi che si sono sottoposti alla spending review imposta dall’Unione (Spagna + 4,7%, Grecia + 7,9%, Italia +2,9%).

Secondo le statistiche di Eurostat, le persone a rischio povertà ed esclusione sociale sono quelle che si trovano in almeno una di queste tre condizioni: 1) a rischio di povertà anche dopo trasferimenti sociali 2) in condizioni di grave deprivazione materiale 3) vivono in famiglie i cui componenti sono disoccupati, inoccupati o con lavori saltuari.

In Italia, il dato 2014 (non ancora definitivo) è stimato al 28,1%, in valori assoluti parliamo di circa 17 milioni di persone. Il dato è più alto del 2008, quando era stimato al 25% e interessava 15milioni di persone.

In Romania (40,2), Bulgaria (40,1) e Grecia la percentuale (36,6) di persone a rischio è ben oltre un terzo della popolazione, mentre i paesi in cui il dato è più basso sono quelli in cui tradizionalmente è più forte il sistema di welfare, Svezia (16,9), Finlandia (17,3), Danimarca (17,8).

povertà

Anche nella locomotiva di Europa, la Germania la percentuale è significativa, il 20%, pari a quasi 16 milioni di persone.

Chi volesse approfondire trova qui i dati completi, come sempre molto interessanti.

Naturalmente le statistiche dicono molto, ma non dicono tutto, né potrebbe essere differente. Quello che forse bisogna dire, lasciando la prudenza agli economisti e le bugie agli ottimisti a cottimo, che questi dati vanno analizzati con altre parole come diseguaglianza sociale e politiche di redistribuzione del reddito.

Perché se un terzo della popolazione europea è a rischio non è il segno di una maledizione divina, ma di politiche liberiste e di tagli alla spesa pubblica, che nel corso di questi venti anni hanno promesso benessere diffuso e lavoro per tutti e che, per contro, hanno regalato ricchezza per pochi e precarietà per quasi tutti gli altri.

Se la forbice tra chi ha e chi non ha si allarga, rapidamente e profondamente, forse non dovremmo accontentarci di un racconto della povertà intesa come condizione di miseria che dipende dalle (in)capacità del singolo individuo, ma dovremmo essere capaci a comprenderne le cause.

Ed invece attenderemo ad un ennesimo documento proclama di programmazione europea, pieno di buone intenzioni, che ci spiegherà che la povertà è colpa dei poveri, che è un problema di skills, mercato del lavoro e capabilities e che dedicherà un  pò di risorse alla formazione (perchè ripetiamo, la colpa della povertà è di un povero che non si impegna).

Occorre solo qualcuno che lo sappia spiegare bene a 122 milioni di persone.

Written by Dario Stefano Dell'Aquila

16 ottobre 2015 at 12:25

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